Il Blood Bowl, una perdita di tempo per ex ragazzi che non vogliono crescere


Nonostante la mia passione per i giochi da tavolo, ho scoperto il Blood Bowl in età ormai matura, con un po’ di apprensione per il giudizio degli altri, a partire da mia madre e dagli amici “normali” (“Ma come, alla tua età ti rimetti a giocare ai soldatini?”). Critiche comprensibili. Ma è proprio così?

In realtà, approfondendo la conoscenza del gioco, mi sono reso conto di tutti gli aspetti affatto banali che questo ci presenta.

Tanto per cominciare, la prima difficoltà incontrata dal neofita è la complessità: le regole di base sono descritte in un bel manualone di 150 pagine, a fronte, per dire, del paio di paginette sufficienti per descrivere le regole di un gioco considerato ben più intellettuale come gli scacchi. Senza evidenziare che mentre le regole degli scacchi si sono consolidate da mezzo millennio, il seguace del BB è sottoposto a revisioni quinquennali del regolamento e ad un continuo flusso di FAQ, interpretazioni e modifiche che impongono (o imporrebbero) un costante aggiornamento e capacità di adattarsi.

Un aspetto in comune con gli scacchi è invece la profonda competizione: come tutti i giochi (e gli sport) a due giocatori, ogni partita è una sfida testa a testa, in cui non esiste il Win-Win. Uno vince e uno perde (al più si pareggia), e gli atteggiamenti di circostanza (“Grazie della bella partita, mi sono divertito anche se ho perso”) sono frequenti ma spesso falsi, perché a ognuno scoccia perdere, e facciamo di tutto per evitarlo perché equivale ad ammettere la nostra inferiorità. Per questo solo una ristretta cerchia di giocatori maturi riesce a resistere alla tentazione di invocare, dopo una sconfitta che valuta immeritata (ossia il 90%), l’avversità dei dadi (“doppio teschio RR doppio teschio, è li che ho perso la partita”).

Qui emerge un’altra caratteristica fondamentale del Blood Bowl, cioè la casualità. Dal niubbo al giocatore più esperto, tutti sappiamo che ogni azione soggetta a lancio di dadi ha una probabilità più o meno alta di fallire, e così compromettere il piano più ardito o la strategia più sofisticata. In questo il gioco si differenzia nettamente dagli scacchi, rigidamente deterministici. Ciò nonostante, credo che nessuno possa mettere in discussione l’assioma che il Blood Bowl è un sistema intrinsecamente meritocratico. Una sequenza di dadi avversi può in effetti compromettere al più una partita, ma su un intervallo più ampio (un torneo, una lega) non ho mai sentito contestare che i finalisti non fossero i più meritevoli di essere arrivati in fondo, così come una performance inattesa di un giocatore normalmente mediocre è sempre accompagnata da complimenti.

Da questo emerge la sostanziale fairness della comunità del Blood Bowl; certamente nei tornei è possibile incontrare personaggi un po’ eccessivi, ma comportamenti troppo aggressivi o impropri sono generalmente stigmatizzati se non puniti dall’organizzazione. Le interpretazioni regolamentari degli arbitri sono accettate senza discussioni, e anzi è comune vedere giocatori più esperti che, a proprio discapito, segnalano errori agli avversari e consentono loro di ripetere la mossa, anche in partite ufficiali. Viceversa, i giocatori scorretti o che fanno uso di sotterfugi per avvantaggiarsi sull’avversario sono velocemente emarginati dalla comunità.

In realtà, la scorrettezza è solo il sintomo dell’incapacità di accettare la sconfitta. I giocatori maturi di Blood Bowl sanno invece che il gioco si basa sulla valorizzazione delle esperienze, per cui anche una sconfitta può essere un’occasione per rivalutare la condotta di gioco, migliorare le proprie tattiche e imparare nuove strategie per risolvere situazioni complesse o caratterizzate da un alto livello di incertezza.

Da questo punto di vista, l’evoluzione che il gioco chiede ai propri adepti non è solo “tecnica” (conoscenza delle squadre, dell’avversario, delle tattiche) ma soprattutto in termini di capacità di reazione agli imprevisti posti dal caso (che qui prende ha un nome ben preciso e odiato da tutti: Nuffle). Le abilità richieste ad un allenatore di Blood Bowl sono quindi la resilienza (saper reagire anche quando tutto sembra perduto) e il problem solving in condizioni di incertezza: i piani di gioco vanno elaborati in funzione delle difficoltà da superare, cercando il giusto bilanciamento tra cosa occorre fare per arrivare al successo, e come premunirsi per minimizzare i danni nel caso di insuccesso (che spesso corrisponde ad un semplice lancio di dadi sfortunato che va a compromettere il piano stesso).

Anche questo è un aspetto peculiare, che distingue il Blood Bowl dagli scacchi – dove invece la strategia di gioco può essere ribaltata dalle contromisure dell’avversario ma non da fattori esterni ai due giocatori.

Ma allora… torniamo un attimo indietro. Gli scacchi sono considerati il gioco nobile per eccellenza, praticato nei palazzi dei Maharajah e nelle corti medievali, simbolo di intelligenza e razionalità. Tanto è vero che in vari Paesi del mondo sono stati introdotti come insegnamento obbligatorio nelle scuole. Persino il Parlamento Europeo con la Dichiarazione 50/2012 ne ha riconosciuto i benefici: sviluppano la capacità di concentrazione e di sviluppare le facoltà logiche, insegnano la responsabilità e l’accettazione delle regole, promuovono le abilità di pianificazione e problem solving, dimostrano che il successo premia lo studio e la preparazione, eccetera eccetera.

Come abbiamo visto sopra, però, queste sono tutte caratteristiche che gli scacchi condividono con il Blood Bowl. La fondamentale differenza è che gli scacchi sono una modellizzazione molto meccanicistica di una battaglia, piuttosto lontana dal mondo reale perché manca di un elemento che invece pervade le nostre esperienze quotidiane: il caso. Le nostre vite sono una sequenza di sliding doors, e il caso può assumere un ruolo più o meno importante sul lavoro come nel tempo libero o nella sfera privata. Lo stesso vale per il mondo che ci circonda, dove eventi del tutto inaspettati (chi ha detto Cigno Nero?) possono stravolgere, nel bene o nel male, un settore economico, la vita di un popolo, il destino di una nazione.

Oddio, siamo forse arrivati a dire che il Blood Bowl può essere considerato una valida palestra per abituarsi a vivere in un mondo complesso, in cui non possiamo pretendere di avere il pieno controllo di tutti gli aspetti che ci riguardano? No, non ambiamo a tanto. Ci basta poter affermare che forse il Blood Bowl non è solo un gioco per nerd che si rifiutano di crescere, e ricordare a tutti che Nuffle è ovunque e ci osserva, anche quando non siamo in partita.

– SilverKnight, 24 agosto 2026