Il carico mentale come meccanica di gioco: tra strategia, errore umano e libero arbitrio

La mia ultima partita di Blood Bowl online è stata una vittoria, ma se mi chiedete perché ho vinto non saprei cosa rispondere. Sono stato più bravo del mio avversario, o più fortunato, oppure (come sostiene lui) il suo errore materiale di cliccare con il mouse sulla casella sbagliata lo ha condannato alla sconfitta e mi ha regalato il trionfo.
Ma è davvero così?
Quando si parla di giochi, soprattutto di quelli che premiano la strategia e la pianificazione, si tende a immaginare che il risultato dipenda principalmente dalle regole, dalle capacità dei giocatori e, in alcuni casi, dalla fortuna. Eppure esiste un fattore spesso sottovalutato che influenza profondamente ogni esperienza ludica: il carico mentale.
Che si tratti di una partita a scacchi, di un match di Blood Bowl, o di qualsiasi altra attività ludica, i giocatori non interagiscono soltanto con un sistema di regole. Interagiscono con i limiti della propria attenzione, memoria, capacità decisionale ed equilibrio emotivo. In altre parole, giocano anche contro se stessi.
Il carico mentale come elemento di design
Ogni buon game designer, consapevolmente o meno, gestisce il livello di pressione cognitiva a cui sottopone i partecipanti. La difficoltà di un gioco dipende sia dalla complessità delle regole, sia dalla quantità di informazioni che il giocatore deve elaborare in un dato momento.
L’obiettivo è creare una sfida che produca anche un’esperienza e una reazione emotive; per questa ragione molti sistemi di gioco incorporano procedure che producono stress in modo naturale: risorse limitate, tempo che scorre, minacce invisibili, informazioni incomplete. Tutti questi strumenti hanno l’unico scopo di evocare nei giocatori le stesse sensazioni di urgenza e smarrimento che si potrebbero provare in un ambiente ostile, mettendo alla prova la loro capacità di reazione e adattamento di fronte al rischio di fallire.
In un certo senso, il carico mentale non è un effetto collaterale nei giochi: è parte integrante dei giochi stessi.
La strategia dell’overload
Nei giochi competitivi il fenomeno diventa ancora più evidente.
Nel Blood Bowl, ad esempio, una parte significativa della strategia consiste nel costringere l’avversario a gestire troppe variabili contemporaneamente. Quando sottoponiamo l’avversario ad attacchi, finte, minacce, stiamo facendo una cosa più sottile di cercare meramente la migliore mossa dal punto di vista matematico. Stiamo cercando di creare una situazione in cui il processo decisionale del nostro avversario si inceppi. A volte la vera posizione vincente è quella in cui l’altro ha più probabilità di sbagliare.
E’ quello che viene definito “tilt”. Uno stato mentale in cui stress, frustrazione o sovraccarico cognitivo riducono la qualità delle decisioni.
L’errore umano come generatore di casualità
Quando facciamo un errore, tendiamo a categorizzarlo diversamente a seconda della sua tipologia. E’ stato un errore di abilità o di fortuna? Se è qualcosa che non sapevamo allora lo mettiamo nel cassetto “cose da imparare per la prossima volta”. Ma se è qualcosa che sapevamo, allora lo derubrichiamo ad accadimento fortuito e fine a se stesso, e lo usiamo per giustificarci. “Se non avessi fatto quell’errore stupido, avrei potuto vincere / sarebbe andata diversamente / avrei dimostrato quanto valgo”.
Ma c’è una domanda che trovo più interessante: e se l’errore umano avesse una natura randomica? Se fosse qualcosa di connaturato alla nostra stessa esistenza, e come tale indistinguibile da noi stessi? Si può considerare la distrazione o la fesseria sporadica come un fattore casuale inevitabile?
Dal punto di vista pratico, molti ingegneri risponderebbero di sì. Nelle analisi FMEA (Failure Modes and Effects Analysis), utilizzate per studiare i possibili guasti dei sistemi industriali complessi, l’errore umano viene spesso trattato come una variabile probabilistica. L’uomo sbaglia, e non importa quanto sia stato preparato, formato o educato. Sbaglia perché esiste.
Lo stesso vale nei giochi. Un giocatore può dimenticare una regola, perdere il conto dei turni, valutare male una posizione o semplicemente compiere un gesto diverso da quello che intendeva eseguire. Non si tratta necessariamente di errori strategici: molto spesso il giocatore sa perfettamente cosa dovrebbe fare, ma qualcosa nel processo cognitivo fallisce.
Chiunque abbia esperienza competitiva può ricordare partite perse per una distrazione momentanea o vittorie sfumate a causa di una semplice dimenticanza. Eventi di questo tipo non derivano dalle regole del gioco, ma dalla natura umana. Eppure influenzano il risultato tanto quanto il lancio di un dado.
Il giocatore è una random-generating machine, solo che non lo sa
Da questa prospettiva emerge un’idea provocatoria: ogni giocatore porta con sé il proprio generatore di casualità, e sorprendentemente non sono i dadi.
Come ho detto, quando si analizza il risultato di una partita spesso si separano abilità e fortuna come se fossero elementi distinti. Tuttavia, la realtà è più sfumata. Stress, stanchezza, pressione sociale, memoria, emozioni e limiti cognitivi introducono una componente imprevedibile che può essere modellata statisticamente, proprio come qualsiasi altra fonte di variabilità.
Naturalmente non intendo dire che le persone siano semplici macchine casuali. Significa però che, quando osserviamo il sistema dall’esterno, una parte significativa del comportamento umano appare sufficientemente imprevedibile da poter essere trattata come tale.
In termini pratici, il giocatore non è soltanto colui che utilizza il sistema: è anche una delle variabili del sistema.
La frontiera filosofica: libero arbitrio e determinismo
A questo punto il discorso sfiora inevitabilmente una questione filosofica molto più ampia: se l’errore umano può essere trattato come una variabile probabilistica, quanto controllo esercitiamo realmente sulle nostre decisioni?
Se ogni scelta è il risultato di processi neurologici, esperienze pregresse, condizioni ambientali e stati emotivi, fino a che punto possiamo parlare di una volontà autonoma?
I giochi offrono un laboratorio straordinario per osservare questo problema. Da un lato percepiamo chiaramente di essere noi a decidere. Dall’altro, vediamo continuamente le nostre decisioni influenzate da fattori che non controlliamo pienamente: fatica, stress, aspettative, bias cognitivi e limiti dell’attenzione.
Esiste davvero una persona al timone?. Oppure quella sensazione di controllo è soltanto una descrizione utile di processi molto più complessi? In entrambi i casi, il gioco diventa uno specchio affascinante della condizione umana.
Conclusione
Il carico mentale è in parti uguali una difficoltà da superare e una condizione con la quale convivere, proprio perchè è impossibile eliminarla dall’equazione. Di certo fa parte del design di qualsiasi gioco, ed è una finestra privilegiata sulla natura della mente.
Ogni partita, di qualsiasi gioco si tratti, è un campo di battaglia dove ci si sfida tra regole formali e limiti cognitivi. I giochi mettono alla prova la nostra capacità di pianificare ma anche la nostra resistenza, la nostra attenzione, la nostra capacità di gestire l’incertezza e forse anche la nostra propensione a difenderci da noi stessi, nella misura in cui possiamo riconoscere di essere fallibili e predisporre le dovute contromisure.
In questo senso, la fortuna non è sempre qualcosa che arriva dall’esterno. A volte la portiamo con noi, nascosta nei meccanismi della nostra mente. Ed è proprio questa imprevedibilità a rendere il gioco — e l’essere umano — così interessanti.
Nota dell’autore: questo articolo fa parte delle mie seghe mentali, in un modo non dissimile da quello scritto sul random qualche tempo fa. Lo trovate qui.
